Oggi ho deciso di accantonare per un momento i preparativi per l’imminente Pasqua, e dare spazio (anche se in estremo ritardo), alla lettera in versione integrale di una nostra lettrice. Perchè considero sia giusto dare voce ad una donna, una mamma, ma innanzitutto una persona, ad una come me.

“Nessuno può darti la libertà. Nessuno può darti l’uguaglianza o la giustizia o qualsiasi altra cosa. Se sei un uomo, te le prendi.” (Malcolm X)

DI TROPPO AMORE ED EQUILIBRIO SI MUORE.

Italia, luglio 2019.

Alle soglie del secondo millennio in Italia, ancora oggi, di troppo amore si muore.

Ma non parlo dell’amore “alienante” descritto nella PAS. Parlo dell’amore che una donna può avere nel confronto di un ex compagno. Parlo di persone che non denunciano per paura di ritorsioni da parte di chi per natura è violento e pieno di rabbia.

Donne che vorrebbero solo voltare pagina senza infilarsi nel girone infernale dei tribunali e di tutto ciò che ruota attorno a questo mondo.

Individui che scelgono finalmente di rivendicare una loro dignità, ma che (per fortuna o per sfortuna) sono anche madri.

Perché se non hai figli ti deturpano con l’acido, ti danno fuoco, ti tagliano il collo. Se hai un bambino per fartela pagare utilizzano una violenza ancora più sottile: fanno di tutto per metterti nella condizione di fartelo portare via e riescono a sottoporti ad uno stress tale per il quale perdi l’equilibrio che ti servirebbe per non passare per pazza.

Perché non c’è modo migliore per distruggere una donna che è diventata forte se non per mezzo della creatura a cui ha dato la vita.

E via che si inventano che i bambini mentono, e ti ritrovi in un meccanismo talmente assurdo per cui i veri matti sono loro.

QUESTA È LA MIA STORIA

Non ho avuto un matrimonio felice. Ho sempre assecondato i suoi desideri, per paura di restare sola, per paura del giudizio, per paura delle sue reazioni nel lasciarlo.

Ho sperato invano che cambiasse, attribuivo ad altro i miei malesseri e incolpavo altri dei suoi malumori. Ma il vero mostro era lui.

La classica famiglia del mulino bianco fuori in realtà era una perfezione che mascherava qualcosa che non aveva mai funzionato.

La ricerca di un figlio che non arrivava nella speranza di cambiare chi in realtà voleva solo ingabbiarmi ulteriormente.

La ricerca continua di dare il massimo ed il meglio nella speranza che venisse riconosciuto quello che facevo ottenendo sempre l’effetto opposto.

La nascita di un figlio che mi mette ancora di più sotto pressione: mi sento sempre più inadeguata, nell’essere sempre richiamata e ripresa per delle banalità.

Vengo disprezzata come moglie, come donna ed ora come madre. Arriva (ma non era la prima volta che mi trovavo in pericolo) la violenza fisica nella maniera più brutale: in un angolo vengo presa a calci e pugni. Per vergogna non denuncio, lui riesce come al solito a rigirare le cose e farmi sentire in colpa.

Cado in depressione. Attribuisco, per un mio errore di giudizio, la colpa all’eccessivo stress e mollo di punto in bianco il lavoro. La mia famiglia non sa nulla di quel che accade in casa, e non si spiega come una ragazza che si è sempre impegnata tanto e che ha tutto e di più di quel che si possa desiderare, inizi a manifestare determinati disturbi.

Mi rivolgo ad una psicoterapeuta. Ma in casa continuano i litigi, vengo indicata come quella che vuole fare la mantenuta, come una stracciona, e via dicendo. Ad uno di questi litigi è presente anche mia madre, ma io di quel che mi è successo tempo prima non le racconto nulla, sapendo benissimo che mi troverei a dover fare una scelta pesantissima, quella di rinunciare a tutto ciò che avevo costruito (o meglio alla mia immagine).

Intanto ricomincio a cercare un lavoro, ma qui nel momento in cui il mio ex mi rimette sotto pressione al secondo giorno mollo di nuovo e vado in una crisi fortissima (la paura del giudizio altrui). La mia psicoterapeuta è in ferie, a quel punto scelgo un supporto diverso, di tipo farmacologico e mi rivolgo ad uno psichiatra. Mi si attribuisce una forma di depressione maggiore e mi vengono somministrati farmaci, ma non vengo ricoverata, tanto che in dieci mesi riesco a sospendere la cura. Nel momento in cui mi vengono ridotti al minimo le pastiglie mi rendo conto di stare bene e smetto di farvi ricorso.

O meglio: stare bene per modo di dire, sono ormai dipendente da un uomo per il quale sono trasparente come donna e sono solo qualcosa su cui riversare rabbia e frustrazione per ogni minima sciocchezza.

Ma c’è mio figlio ed è pertanto per me importante continuare a mantenere unita la famiglia. Oramai però senza un lavoro sono legata mani e piedi a quest’uomo. Il lavoro non arriva. Capita una disgrazia in famiglia, muore mio padre.

Nella disgrazia accade che arrivino risorse economiche che riverso su un unico conto corrente, naturalmente cointestato. Mio marito diventa ancora più padre padrone, si gonfia, si sente grosso. Io speravo che capisse la fortuna che comunque aveva ad avere me, ma a lui tutto gli è dovuto, lui non deve niente a nessuno. Continua a comportarsi male. Io continuo a ricercare i motivi della mia continua insoddisfazione, trovo una persona amica che mi dà supporto psicologico (a insaputa di lui) e che finalmente riesce a tirarmi fuori quello che mi è successo. Ciò che non avevo mai raccontato a nessuno, neanche alla psicoterapeuta ed al neuropsichiatra. Mi vergognavo troppo. Ma questa persona mi prende in contropiede chiedendomi in maniera molto diretta se avevo subito violenza ed in quel momento mi sono messa a piangere come una bambina. E per la prima volta a qualcuno racconto finalmente tutto, alleggerendo quel fardello che da troppo mi portavo dentro.

Il motivo ormai è chiaro: la mia infelicità è causata dalla persona che avrebbe teoricamente dovuto prendersi cura di me e che non solo non lo ha fatto ma mi ha messa in una posizione di sudditanza.

Nonostante tutto mi illudo ancora che lui cambi, gli dico che ho intenzione di lasciarlo, lui mi minaccia, quando vede che faccio muro tenta di convincere mia madre a portarmi di nuovo da uno psichiatra, ma mia madre (che ancora non sa cosa mi sia realmente successo), gli fa notare che quello da curare è lui. Lui va due volte dallo psicoterapeuta pensando di rabbonirmi, ma questo non accade. Un giorno ha una reazione esagerata nei confronti di mio figlio, che non ha ancora sei anni. Lo prende con violenza per i polsi perché vuole il suo telefono, il bambino in quel momento per mangiare sta guardando i cartoni e non glielo vuole rendere. A quel punto decido di separarmi. E qui iniziano i problemi.

Dopo un mesetto ogni volta che il figlio torna dal padre rientra con ciocche di capelli tagliate, il bambino dice che è stato il padre ed effettivamente il taglio non può essere fatto dal bambino, anche a capelli rasati e corretti dal parrucchiere capita nuovamente la stessa cosa, questo quando il bambino dorme da lui.

Il bambino inizia a provare vergogna per i suoi capelli, chiede sempre di portarli a correggere ed inizia a pensare che tutti guardino o parlino di lui.

Dopo circa due mesi una sera rientra terrorizzato, il padre nuovamente ha tagliato ed a detta del bambino lo ha spogliato lasciandolo in mutande e lo ha toccato e si è toccato anche il padre in più punti. Di notte si sveglia e fa la pipì a letto, non era mai successo.

Avverto il legale,  la pediatra, segnalo la cosa ai carabinieri ma non sporgo una vera propria denuncia per non infilare il bambino in un tritacarne. Tritacarne dove poi è comunque finito, insieme a me ed ai miei familiari.

Successivamente mi rientra una volta anche con le orecchie rosse dicendo che gliele hanno tirate e  “che gli hanno detto di non dire nulla”. A detta del bambino è stato lasciato con degli estranei. Quella notte si sveglia terrorizzato piangendo.

Viene comunque fatta una separazione consensuale e su consiglio del mio primo legale veniamo affidati al Centro per le Famiglie. Ma è stato un errore. Si ripresentano sempre gli stessi problemi più e più volte, ci affidiamo anche ad una psicoterapeuta ed una pedagoga ma nulla cambia. Lui riesce ogni volta a farmi “saltare” passando per la squilibrata, io per il bene del bambino insisto nel voler capire e non voglio vedere il reale stato delle cose.

Chiedo di poter portare il bambino dal neuropsichiatra, lui lo nega, riesco a portarlo solo dopo essermi recata ai servizi sociali. Un nuovo mio grandissimo errore. Lo dovevo denunciare senza tanti preavvisi, senza spiegare dalla pedagoga le cose che diceva il bambino.

Nel frattempo il padre si reca in polizia, io non ne so nulla, imparerò successivamente che sono stata segnalata.

Inizia un tira e molla tra me ed il padre, più volte non gli lascio  il bambino quando accadono determinate cose. Ho paura per mio figlio, il padre beve, non è alcolizzato, non ha necessità di bere quotidianamente ma saltuariamente la sera ed i week end lo fa. Anche in presenza del figlio. E quando accade il piccolo rientra ancora più spaventato, perché sa come diventa il padre quando lo fa. Ho segnalato la cosa ma non serve. Mi sento chiedere dall’assistente sociale come è stato il mio ricovero, ma io non sono mai stata ricoverata. Avevo segnalato anche alle maestre i problemi relativi al bambino ma queste preferiscono credere che io sia matta, il padre va in giro con le prescrizioni dei farmaci assunti molto tempo prima (più di cinque anni fa), e solo per dieci mesi.

Io risulto per tutti non attendibile. Ad un certo punto il padre perdura nei comportamenti ed io smetto di dargli il figlio. Viene fatto un ricorso da parte di lui (ma vi erano già i servizi sociali nel mezzo), vengo chiamata per portare mio figlio in polizia (un bambino che ha meno di sette anni), viene ascoltato ma io non so cosa dica a queste persone il bambino, io sono vengo lasciata fuori nel corridoio. Mi fanno firmare dei fogli ma io non li leggo, sono una sprovveduta. Devo portare da un CTU più volte il bimbo senza un foglio di un giudice in mano. Il mio ex intanto va in giro a farsi fare relazioni a destra e a manca, e non mi mette mai nella condizione di poter restare sola con queste persone. Arriva sempre prima dal neuropsichiatra, che tra l’altro è convinto che il ricorso lo abbia fatto io.

Finalmente iniziano gli incontri protetti, ma al primo di un’ora e mezza libera padre/figlio la storia si ripresenta. A questo punto riporto il bambino dal medico ma da qui in su mi viene impedito in tutti i modi il supporto del neuropsichiatra. Nel frattempo ho cambiato legale perché leggendo il ricorso del padre mi vengono dubbi sul precedente. Il nuovo legale depone al tribunale dei minori l’accaduto. Inizio a dovermi recare da una nuova psichiatra (scelta dall’ausl per il percorso di valutazione) con il bambino e da una psicoterapeuta. Dicono che il bambino dice queste cose a causa del conflitto tra noi, il padre segue tre mesi di sert, uscendo pulito (lo ricordo non beve tutti i giorni, difficile beccarlo).

Ora mi si chiede dopo che ho visto tutta questa gente di affidarmi ad un centro di sanità mentale, perché forse ho avuto problemi da piccola.

Questo detto davanti a mia madre ieri.

Mio figlio è arrabbiato, lui non ha mentito, io neanche. I miei familiari si sentono impotenti, vi è ancora la determinazione nel non voler mollare, ma le preoccupazioni a volte ci paralizzano nel prendere decisioni.

Ma la matta non sono io, il punto è che lo sono loro.

O forse sì, sono matta.

Sono matta perché non ho denunciato, perché ho amato e perdonato troppo (in chiesa ti insegnano così).

Sono matta perché ad un certo punto ho scelto di rivendicare la mia dignità e di vivere, non mi sono lasciata sopraffare dalla morte dell’anima e con coraggio ho detto basta.

Sono matta perché sono una donna ed è follia parlare e ribellarsi agli uomini ed ai poteri forti.

Sono matta perché sono diventata ribelle e questo può portare caos in un sistema malato e corrotto.

Sono matta perchè non condivido affermazioni del tipo “ai bambini un adulto responsabile deve mentire”.

Sono matta perché ho rinunciato all’immagine per essere vera e viva.

Avete ragione sono matta, perché non ho intenzione di morire (neanche nuovamente nell’anima) per amore ed equilibrio.” – Paola –

Nella speranza che la Pasqua possa portarti serenità e liberazione pubblico senza riserva alcuna la tua lettera ed auguro a te come a tutte le altre mamme che ogni giorno lottano per essere ascoltate tutto il bene del mondo. Solo per un motivo, perchè io a differenza di altri mi rendo oggi conto di una cosa: che sei un essere umano, una come me.